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Pronto intervento |
Contro
il maltrattamento animale tramite un Nucleo
volontario di Guardie Zoofile con il
supporto dell'Ufficio Legale
Verifica della osservanza della legge
Regionale 23/2000 e del Regolamento comunale
in tema di animali.
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ASSISTENZA |
Asilo e cure ai cani abbandonati nei
Comuni convenzionati con l'Oasi,
con relativo progetto di promozione
adottiva
Gestione di una colonia felina
all'interno della struttura e
monitoraggio di alcune altre colonie
feline di Genova e di altre due colonie
in città.
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Servizio di informazioni su problematiche: |
- Medico veterinarie
- Etologiche
- Legali
- Assicurative
E sulle tematiche:
Analiste
Bioetiche
Pet Terapy
Pet education
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PET THERAPY
1. LA TEORIA: Cosa è la
Pet Therapy
Pet Therapy è un’espressione inglese per definire una terapia innovativa che considera gli animali domestici – che in inglese si chiamano appunto “pets” – come utili coadiuvanti in trattamenti riabilitativI sia di tipo fisico che psicologico. Al fortunato termine inglese con cui gli Stati Uniti hanno consegnato questa nuova pratica clinica al mondo, si associa la terminologia italiana terapia animale-assistita che ne traduce gli intenti formali lasciando trasparire un’implicita correzione etica a favore degli animali stessi, definendoli come assistenti terapeutici piuttosto che come strumenti e presentando nel contempo il nucleo centrale della nostra trattazione.
1.1. Cenni storici
Secondo la mappatura storica delle varie fasi della Pet Therapy eseguita da Del Negro, il primo tentativo si verificò in Inghilterra nel 1792, quando William Turk utilizzava gli animali come terapia di autocontrollo in pazienti psichiatrici, mentre nel 1875 un medico francese prescriveva una forma rudimentale di ippoterapia come metodo sistematico finalizzato al miglioramento dell’equilibrio e del controllo posturale; nel 1953 Boris Levinson scoprì casualmente l’effetto benefico del proprio cane su un bambino affetto da autismo e nel 1961 lo stesso pose i fondamenti di questa terapia dandole il nome con cui la conosciamo, seguito dai coniugi Corson, due psichiatri americani che adottarono questa strategia curativa su adulti affetti da gravi disturbi mentali.
Negli anni
Settanta cominciarono le ricerche, introdotte da Erika Friedman, che
rilevarono la potenzialità della Pet Therapy per la cura
delle patologie cardiache e circolatorie, finché nel 1981 a
Washington fu fondata la Delta Society per lo studio delle
interazioni tra animali d’affezione e uomo.
In Italia la Pet Therapy entra alla fine degli anni Ottanta, proliferando in centinaia di iniziative di imitazione dei modelli statunitensi: ippoterapia, delfinoterapia, cinoterapia, felinoterapia; purtroppo permane ancora un clima di confusione, poiché oltre a validi progetti gestiti seriamente sul piano scientifico – fra i quali la Fondazione Robert Hollman di Cannero Riviera per bambini con disabilità visiva e La fattoria in ospedale di Padova per allietare il soggiorno dei pazienti molte sono le strutture che ritengono magari in buona fede, ma in assoluta assenza di competenze tecniche che la presenza di animali sia l’unica condizione necessaria a presentarsi come centro di Pet Therapy.
1.2. La realtà presente:
una terapia che prescrive gli animali Gli assunti di base della Pet Therapy - evidenziati da Edney e Robinson nel loro saggio Animali da compagnia e salute dell’uomo – la connotano come una scienza nuova che oggi gode di crescente credibilità e si avvale ad un tempo di competenze psicologiche, pedagogiche ed etologiche comparate. In sintesi dal punto di vista della psicologia, la Pet Therapy mostra i vantaggi che il contatto con gli animali produce non solo nel processo di socializzazione dei bambini, come il miglioramento del livello delle comunicazioni non verbali e della competenza sociale, ma anche nell’evoluzione dell’intera personalità, dalla definizione del sé al concetto di relazione. Ma la terapia animale-assistita si spinge oltre - come appare nel saggio di Levinson, Pet Oriented PsychoTherapy, proponendosi come metodo clinico per la cura della devianza in genere e minorile in particolare; negli Stati Uniti oggi già numerosi istituti di rieducazione per minori utilizzano strategie di controllo dell’ansia e della depressione cronica e reattiva attraverso terapie o attività animali-assistite, in cui gli animali appunto sono usati come parte integrante del processo terapeutico. Di recente si assiste al coinvolgimento di delfini nell’aiuto alla correzione di patologie psichiatriche gravi, come l’autismo, seria psicosi che colpisce nell’età dell’infanzia, o di cavalli associati alla cura della schizofrenia, altra tremenda psicosi che emerge nell’adolescenza. L’uso degli animali è infine associato in molte terapie di recupero fisioterapico dopo interventi invalidanti o comunque per correggere disfunzioni fisiche di postura, mobilità o deambulazione – famosa in tal senso è l’ippoterapia – quando non è strutturato in un vero e proprio strumento di sostegno ed autonomia in certe disabilità, come i cani per ciechi, i cani per disabili motori, i cani per la prevenzione di crisi epilettiche o dei primi stadi dell’iperglicemia per i pazienti diabetici.
A ciò va
aggiunto infine il vantaggio secondario della presenza di un cane
per i disabili aiutati, come dimostrano diversi studi suffragati da
proiezioni statistiche comunque di facile intuizione – dalla
presenza di un animale a stabilire un contatto amichevole con la
gente; del resto a chiunque possieda un animale e lo esponga al
pubblico accade spesso di instaurare conversazioni occasionali o
veri e propri rapporti di frequentazione amichevole motivati e
legati alla simpatia che l’animale ha saputo suscitare.
Dal punto di
vista della pedagogia
invece, la
Pet Therapy insegna che partecipare alla vita degli animali
permette al bambino di affrontare indirettamente tutte le
fondamentali esperienze dell’esistenza, come la sessualità, il
parto, la malattia e la morte, inserendole in un armonico quadro
d’insieme che lo aiuta a metabolizzarle singolarmente in senso
astratto, offrendogli nel contempo un’intuizione magica, perché
immediata e reale, sul senso della vita stessa e sul rispetto che
essa merita. Ma forse l’esercizio più formativo che la vicinanza con
gli animali riesce a stimolare è imparare ad occuparsi di loro, che
insegna la presenza, l’esserci per l’altro, il
disporsi alle sue necessità, l’accettare la responsabilità nei suoi
confronti, che se vissuto attraverso il paradigma del dialogo, come
vedremo, è il suo naturale completamento.
Qualunque progetto
formativo che abbia come fine la promozione di una sensibilità
animalista sarà pertanto più incisivo e concreto se si avvantaggerà
della vicinanza diretta degli animali verso i quali si vuole muovere
la sensibilizzazione e – a nostro avviso – anche qualunque progetto
educativo in seno alla bioetica acquisterà il medesimo vantaggio,
perché l’amore e il rispetto per la vita si insegnano proprio
attraverso la valorizzazione delle sue forme più semplici,
rivalutandone qualità e importanza in una visione non più
antropocentrica, ma biocentrica.
Ed ecco l’apporto dell’etologia,
decisamente necessario al fine di comprendere gli scambi non verbali
con l’animale, di scegliere i soggetti ideali per le varie tipologie
terapeutiche, anche in funzione di una compatibilità tra il paziente
e l’animale stesso, e di poter leggere, attraverso la
decodificazione delle risposte emotive di quest’ultimo, le
corrispondenti emozioni della parte umana della coppia che per
quanto mistificate, nascoste o represse, non sfuggono mai
all’infallibile fiuto empatico dell’assistente animale. A questo
proposito va aggiunto che noi – come Lega Nazionale per la Difesa
del Cane - crediamo in un coinvolgimento di gran lunga maggiore
delle competenze etologiche e anche veterinarie all’interno di
qualunque progetto di Pet Therapy, perché le riteniamo
necessarie, unitamente a quelle pedagogiche e mediche, al fine di
ottenere un incontro terapeutico o educativo di grande livello
scientifico ed etico, finalmente in grado di rispettare le esigenze
e il benessere di tutti i soggetti coinvolti.
1.3. Le esigenze per una
necessaria evoluzione futura: La loro visione oggettuale è poi sottolineata dal fatto che non esistono limiti prescrittivi se non quelli a tutela del paziente umano e neppure criteri a favore dei diritti degli animali, eccettuati ovviamente quelli descritti dall’Articolo 727 del Codice Penale che ne determina il maltrattamento; pertanto ne è previsto l’inserimento ovunque questa terapia sia ritenuta utile, quindi all’interno di ospedali, soprattutto psichiatrici, case di cura per anziani, case-famiglia o comunità per il recupero dei tossico-dipendenti e scuole, senza curarsi dall’effettiva compatibilità del luogo con le esigenze etologiche degli animali in questione e a volte ne è persino prescritto il possesso personale, a casa propria. Il fine ultimo è ancora una volta il benessere dell’uomo, in questo caso la sua salute e il lenimento del dolore esistenziale, in perenne giustificazione dello sfruttamento animale, come accade da sempre per la vivisezione e di recente per la clonazione o per i delfini usati per scopi bellici. L’idea di animali manipolabili da tutti i pazienti di un ospedale psichiatrico, tra i quali sono peraltro indubbiamente inseriti alcuni soggetti con disturbi gravi, magari inclini ad eccessi di ira e violenza, oppure quella di una colonia di gatti gestita da una casa di cura di qualsiasi tipologia, senza un controllo diretto e costante sulle loro condizioni di nutrimento e trattamento generale, abbandonata all’uso da parte di una struttura senz’altro inappuntabile – si spera - da un punto di vista umanista, ma certo non votata alla protezione animale, non si discostano di molto dagli stabulari della sperimentazione.
Quante
sono le atrocità che socialmente si tollerano non possedendo una
sensibilità animalista - basti pensare al commercio delle pellicce,
al circo, allo zoo, fino alla vivisezione – di cui esiste sempre un
unico silenziatore per la coscienza bioetica: il benessere
dell’uomo. Da questa infelicemente egoistica visione del mondo
allora qualcuno potrebbe arrivare ad affermare che anche la caccia e
la pesca sono forme rozze di Pet Thearapy.
Questa evoluzione deve pertanto porre per prima cosa delle serie limitazioni
al sito stesso della sua pratica che non può certo essere
dovunque essa serva, ma in un luogo ameno, naturale e soprattutto
conforme alle necessità etologiche degli animali da coinvolgere e
che essi considerino come il proprio territorio, ossia a casa loro;
la terapia deve richiedere quindi lo spostamento del solo paziente,
fattore che nonostante le eventuali prevedibili difficoltà emotive o
logistiche, risulta peraltro facilmente ovviabile e nel caso di
riluttanza ansiogena anche positivo, perché costringe il paziente
stesso a forzare resistenze stereotipate e a confrontarsi in uno
scenario diverso dal solito, oltre a sedurlo con la suggestione
rasserenante di un ambiente naturale.
Quella che si vuole promuovere è un’alternativa al
mito del benessere assoluto dell’uomo, in favore di una visione
felicemente di parte, che ha il coraggio di sostenere in uguale
misura il valore e i diritti degli uomini e degli animali coinvolti.
Per tale motivo non è accettabile in questo progetto nessuna figura
professionale, per quanto eccellente, – pubblica o privata, che
agisca per conto proprio o di enti locali o sanitari – che noleggi o
gestisca il centro di Pet Therapy dell’oasi o del parco,
perché – è utile ribadirlo - due sono i criteri di scelta dell’equipe
di tecnici, di cui uno è senz’altro la professionalità, ma la
peculiarità che deve distinguere un servizio di terapia
animale-assistita di un’Associazione protezionista come la Lega
Nazionale per la Difesa del Cane è di certo la sua portata
animalista. Dal canto suo il Medico, come esperto di salute umana, è in grado di monitorare le condizioni fisiche degli utenti e di intervenire o in caso di reali patologie fisiche dei pazienti, secondarie rispetto a quella psichica che ha motivato l’intervento rieducativo, o di sintomi psicosomatici che comunque devono essere affrontati anche da un punto di vista fisico. L’addestratore cinofilo, come esperto di tecniche comportamentiste, può inoltre offrire competenze aggiuntive sui cani, quali la lettura delle loro comunicazioni non verbali, oltre a poter insegnare ad alcuni utenti – soprattutto giovani e con problemi di ipercinesi o di intolleranza delle regole – a condurre un cane, dovendo rincorrere pertanto, per riuscirvi, una propria calma interiore e il rispetto preciso di una sequenzialità rigida di stimoli e risposte. Per finire, il Pedagogista, come esperto della scienza generale dell’educazione, è in grado di costruire singoli, personali percorsi formativi con effetto rieducativo, non curativo, inserendoli in armonici quadri d’insieme che comprendano una molteplicità di utenti legati da un’unica fonte di energia, il benessere universale degli animali, e indirizzati ad un unico fine, il benessere particolare di quegli esseri umani. Lavorare su un gruppo organizzato come una classe di studio e lavoro animalista, invece che sul singolo inteso come paziente, permette inoltre l’assoluta invisibilità del processo rieducativo che viene così assorbito in un dichiarato intento formativo generale, peraltro reale; questa peculiarità d’approccio mostra il suo vantaggio soprattutto nel caso in cui gli educandi siano dei minori, poiché evita loro di affrontare il terrore - che vivono in modo assoluto e la cui estrema pericolosità è stata ben spiegata da Bettelheim di essere in qualche misura diversi dagli altri, menomati, per cui la malattia è vista sempre con sospetto e timore e più di ogni altra quella mentale.
Allora un rapporto chiaramente definito come
curativo con una figura che nel loro immaginario amplificato si lega
in modo forte alla devianza e alla follia non può che essere fonte
di stress per la messa in discussione della propria identità
paralizzandone anche l’effetto terapeutico. Da tutto ciò emerge un
nuovo, rivoluzionario modello di Pet Therapy, altrettanto
dotato di competenza scientifica, ma anche animato dal principio di
responsabilità verso la vita che la filosofia animalista propugna e
non è proprio questo ciò che intende la bioetica?
2. LA PRATICA:
Dall’Ufficio Progetti Formativi alla Pet Therapy del Centro Martin Buber Educazione e rieducazione animalista sono le finalità specifiche dell’Ufficio Progetti Formativi, nato all’oasi Franco Cacciari, sede genovese della Lega Nazionale per la Difesa del Cane. Il Centro è votato principalmente alla formazione dei giovanissimi grazie all’associazione naturale tra animali e bambini, data per scontata non solo perché due archetipi di tenerezza nell’immaginario collettivo, ma anche per una sorta di mutua attrazione che si sviluppa spontaneamente tra loro. Chi ha a che fare con i ragazzini non può non leggere la gioia che li illumina al semplice parlare di animali, per cui ecco subito il primo elemento positivo di qualunque progetto di educazione animalista evidenziarsi nella sua stessa proposizione, proprio in virtù della suggestione profonda con cui cattura l’attenzione dei giovani educandi.
Non c’è niente di più
stimolante per un bambino che prendere parte a qualcosa che sente
importante, e non solo – come ci spiega esaurientemente Bettelheim
per il rimbalzo d’autostima che ricava dall’apprezzamento degli
adulti di riferimento, ma anche per quella gioia tutta personale,
che si consuma nel silenzio di un sorriso, di aver trovato una
ragione e un valore alle proprie azioni.
Ma l’Ufficio si occupa di diffondere le tematiche animaliste e bioetiche anche a tutta la cittadinanza tramite l’organizzazione di convegni, feste, marce e campagne pubblicitarie. Si propone comunque specialmente come formatore di una sensibilità a favore del rispetto della vita in tutte le sue forme agendo nelle scuole tramite interventi mirati, concordati direttamente all’interno delle scuole stesse o tramite concorsi a tema animalista nei quali coinvolgerle.
Nel Centro vi sono anche una biblioteca e una mediateca
monotematiche sul mondo animale e un laboratorio didattico, oltre ad
uno spazio finalizzato alla realizzazione di spettacoli e
performances teatrali, in modo da cementare col gioco e il
divertimento comune il dialogo tra uomini e animali.
Ma il cuore dell’Ufficio è il Centro di Pet Therapy Martin Buber, un mezzo di incontro tra cuccioli dell’uomo e amici a quattro zampe, dove crescere maturando una sensibilità bioetica attraverso un vero coinvolgimento a livello dello spirito e, quando è necessario, essere aiutati attraverso un intervento rieducativo non invasivo a riacquistare il proprio benessere esistenziale.
2.1. La
pedagogia del dialogo
Martin Buber, illuminato filosofo e pedagogista nato a Vienna nel 1878 e morto a Gerusalemme nel 1965, è il pensatore a cui il nostro Centro di Pet Therapy si ispira, in virtù dei suoi profondi insegnamenti in seno ad un’autentica sensibilità bioetica e soprattutto come teorizzatore del concetto di dialogo inteso come principio di vita su cui conformare ogni rapporto interumano e in particolare quello educativo. Secondo Buber esistono due modi assolutamente opposti di porsi di fronte al mondo: intenderlo come un Esso, un oggetto da usare e di cui fare esperienza o come un Tu, un soggetto con cui entrare in autentica relazione. Il rapporto fondamentale Io-Esso permette pertanto la conoscenza che si definisce attraverso l’uso da parte di un soggetto di tutto ciò che incontra e che vede appunto come un Esso nei cui confronti si pone come altro da sé; così l’approccio conoscitivo che scaturisce dall’azione di questo soggetto conoscente sul suo oggetto conosciuto corrisponde all’attitudine umana dell’osservare, che è l’atto volontario e analitico con cui lo scienziato parcellizza la porzione di realtà che osserva nei singoli elementi che costituiscono la sua struttura. Allo stesso modo il rapporto oggettuale permette l’arte che si connota ancora come legame tra un soggetto, l’artista, e il suo prodotto estetico, ossia l’opera d’arte stessa; l’attitudine umana coinvolta in questo caso è quella del contemplare, atto non volontario e sintetico mediante il quale l’artista ha una visione globale dell’intera struttura che contempla; la sua natura involontaria è data dal fatto che nell’approccio contemplativo, al contrario del movimento che induce la conoscenza, dove l’Io si muove intenzionalmente verso l’Esso di cui esperisce, questa volta è la realtà – l’oggetto del rapporto - che incontra il soggetto colpendone la sensibilità e motivando da ultimo la stessa produzione artistica.
Per finire, nel campo dei rapporti con gli
altri esseri viventi il modello Io-Esso permette tra l’altro
i sentimenti che coinvolgono ancora un soggetto e l’oggetto del suo
sentire, oltre alla conversazione che si snoda attraverso un’azione
ininterrotta di codificazioni e decodificazioni dove – quando è
diretta nei due sensi come accade tra gli esseri umani – si assiste
ad un continuo rimando tra essere l’Io di ciò che si dice e
l’Esso di ciò che si ascolta e l’uomo finisce così per
diventare cosa tra le cose. Stessa fine spetta agli animali, sempre
e comunque considerati gli oggetti del rapporto.
Al contrario la relazione fondamentale Io-Tu realizza il vero dialogo che Buber definisce come l’incontro tra due soggetti - l’Io e il Tu appunto - che si intendono nella loro particolarità ed esistenza con l’intenzione di far nascere tra loro una reciprocità perché questa, proprio attraverso il paradosso del dialogo, consegni all’uno i contenuti dell’altro attuandoli; infatti l’uomo ha bisogno di venire confermato nel suo essere tramite l’uomo, così come sente il dovere di acquistare una presenza nell’essere dell’altro e questo porta a definire il dialogo come accadimento dello spirito, quindi evento che si consuma nel silenzio, al di sopra delle parole, nell’intuizione del Tu e del suo valore ontologico. Nel dialogo l’Io abbraccia il Tu nella totalità della sua persona con la totalità della propria, senza che nessuno dei due rinunci a niente di sé, incontrandolo nello spazio che è dell’altro e che condivide per quell’istante, con-sentendo con lui in virtù della relazione. “Qui dove sono io, dove i neuroni e gli strumenti del linguaggio mi aiutano a formare a ad inviare la parola, ha origine ciò che ‘intendo dire’ al destinatario del mio discorso, a quell’unica inconfondibile persona verso cui tendo. Ma anche là dov’è lui è delegato qualcosa di me stesso, qualcosa che non è il concreto essere presente a me, ma è intangibile come una pura vibrazione che indugia là dov’è la persona che intendo e che partecipa alla ricezione della mia parola. Abbraccio colui verso il quale mi rivolgo.” Allora la vera conoscenza, ossia la conoscenza come redenzione, è certo sempre possibile nel mondo delle cose, ma “avviene relegando nel regno degli oggetti il Tu che si è visto originariamente come presenza”, ossia secondo la relazione dialogica. Allo stesso modo l’arte vera, ossia l’arte come redenzione, descrive un artista colpito da una relazione particolare con qualcosa del mondo che ha vissuto come un Tu e desidera darne testimonianza, perché essa possa avere vita eterna nel farsi presenza in altri Io che resteranno affascinati dalla sua opera. Cambia solo la prospettiva: l’Io non si pone più di fronte al mondo come altro da sé, ma come unito a questo, nella consapevolezza che qualunque mutamento nel più sperduto angolo della Terra, passa anche attraverso di lui. Se è vero allora che il dialogo è accadimento dello spirito, ossia è l’affacciarsi della coscienza al valore degli altri, includendo con questo termine non solo gli uomini, ma tutti gli esseri viventi vissuti come Tu della relazione, la pedagogia del dialogo che ne è ispirata e guida questa proposta di Pet Therapy, mira pertanto al suo risveglio recuperando proprio quel sentimento di spiritualità, peraltro dato in natura e non necessariamente fatto di religione, che permette al singolo di riconoscere e rispettare il valore della vita in tutte le sue forme.
Ma nella modernità che non ha più tempo
per fermarsi ad ascoltare e ha dimenticato la propria spiritualità,
l’approccio dialogico risulta un processo difficile, che va educato
attraverso forme semplici e ripetute. Ecco che il mondo animale, e
il cane più di ogni altro per la sua genetica corrispondenza empatica nei confronti dell’uomo, si propone come nuovo grande
educatore; facendosi infatti il Tu di questo processo
educativo, semplice e ripetibile, con il quale imparare a far
cadere tutte le barriere dell’Io e ad immedesimarsi in lui
per confermalo per l’essere che è, si finisce nello stesso tempo
per confermare se stessi e dare direzione e verso alla propria
esistenza.
E il vero dialogo quando accade si vede, perché
cambia in modo inevitabile e dolcissimo chi lo vive, conferendogli
impliciti gradi di sapienza. Sarà per questo forse che vediamo tanto
spesso coppie bellissime di cani e tutori che tanto si parlano col
cuore da diventare simili nell’aspetto.
2.2. La portata terapeutica:
possibilità e limiti L’azione terapeutica – per la quale in conformità alla particolare tipologia di intervento, come si è visto, è più adatto il termine rieducazione - si realizza attraverso l’elaborazione mirata di singoli progetti che riescano ad aderire al soggetto rieducante in base alla conoscenza della sua storia, della sua anamnesi clinica, in caso ve ne sia una, e del suo vissuto emozionale, nonché della qualità esistenziale della sua vita e del rapporto tra fare e dover fare.
La prima fase è quindi
l’acquisizione di questi dati fondamentali per la definizione del
progetto e pertanto nel caso di soggetti inseriti tramite una
struttura di salute mentale o tramite un professionista privato del
settore, è necessario aggiungere, oltre ad una formale domanda di
inserimento, anche l’anamnesi delle sue condizioni psichiche.
Esistono peraltro delle limitazioni riguardo alle possibilità di intervento e di accettazione dei soggetti all’interno di questo programma rieducativo. È ormai chiaro infatti che, nonostante l’assoluta individualità dell’azione rieducante, il contesto in cui questa si consuma è un gruppo di studio e lavoro animalista che opera in sintonia secondo una precisa didattica ed una metodologia rinnovabili di volta in volta e che si sovrappone ai singoli progetti nascondendoli; ciò garantisce ad un tempo infatti – come è stato anticipato nel capitolo precedente – sia la minima invasività dei processi individuali che le finalità dell’intero disegno formativo generale.
Va da sé che per accedere a queste unità
didattiche siano necessari alcuni requisiti di base, ossia una
discreta capacità logica, una sufficiente consapevolezza critica,
così come un’intenzionalità a partecipare ed elaborare contributi
creativi. Queste competenze sono certamente tutte finalizzate alla
realizzazione di un gruppo di lavoro e studio dove la creatività e
la produttività stesse sono strumenti riabilitativi, ma il vero
segreto alchemico che cementa il tutto è dato dall’essere pronti ad
entrare in relazione dialogica con gli animali. È infatti
proprio nell’andare loro incontro come soggetti di dialogo,
nel vivere la magica esperienza della presenza, ossia
imparare ad esserci per loro, ad accoglierli e ad accettarne le
responsabilità, secondo lo stesso movimento dialogico di cui ne
beneficiano i vantaggi ricevendo le stesse attenzioni da parte di
chi li sta educando che i ragazzi entrano nella circolarità del dialogo: la forza motrice capace di risvegliare la spiritualità
assopita e che, grazie a questa rivoluzionaria forma di incontro
riesce ad attribuire significato e profondità all’esistenza umana e
animale.
Da ciò ne
consegue che, data la limitazione della sua portata terapeutica,
prevista dalla struttura formativa del programma, questo progetto si
apre alla sola utenza affetta da semplici patologie nevrotiche,
ossia disturbi psico-affettivi, relazionali e disadattamento e in
egual modo anomalie del comportamento, del rendimento scolastico e
del rapporto con l’alimentazione e ne sono pertanto esclusi a
priori, oltre alle persone particolarmente inclini alla violenza per
la salvaguardia del benessere animale, i soggetti portatori di gravi
insufficienze mentali o di patologie psichiatriche serie, perché non
trarrebbero alcun giovamento da questo programma, necessitando
invece di una vera terapia clinica, più che del progetto
riabilitativo proposto in questa sede.
Per le medesime ragioni si
escludono gli animali pericolosamente aggressivi, per la
salvaguardia del benessere umano, mentre possono accedere al
programma riabiitativo quei soggetti mansueti, la cui unica
patologia sia la depressione reattiva per essere stati abbandonati
in un canile.
2.3. Le finalità educative:
partecipare ad un progetto comune ed accedere alla responsabilità Uno dei saggi più illuminanti per chi si occupi di educazione del “figlio dell’uomo” è “Sull’educativo”, scritto da Buber nel 1926 in occasione di una conferenza per insegnanti tenutasi ad Heidelberg sulle forze creative del fanciullo, tema peraltro su cui è stata poi impostata in senso esponenziale tutta la pedagogia europea fino ad oggi, per cui il saggio ha finito per essere un manifesto della critica della vecchia e della nuova scuola, rivelandosi come accade spesso alle opere dei geni, una sorprendente anticipazione dei tempi tanto da farne una lettura assolutamente attuale. L’assunto di base è che tutti possiedono l’istinto di creatività, ossia la forte volontà di produrre, creare che va molto oltre il semplice ‘occuparsi di’, ma la realtà di quella che stava per diventare la nuova educazione non poteva, secondo l’autore, ridursi al solo spiegamento delle forze creative, perché una formazione fondata esclusivamente sull’incoraggiamento dell’impulso di creazione e sul suo pur valido modellamento, dalla sfera iconica a quella razionale e associativa, “crea solo una nuova dolorosissima solitudine dell’uomo”. Così l’antica “scuola della costrizione… generava rassegnazione o ribellione”, facendosi portavoce di una pedagogia oggettiva, fondata sul contenuto dell’educazione, dove l’alunno era un mero Esso, una cosa, in rapporto con un Io autoritario e monologante, ossia la cultura stessa; ma allo stesso modo la nuova scuola della libertà produce solo una mastodontica liberazione delle forze creative, svelandosi come una pedagogia soggettiva, dove l’educando finisce per diventare sì finalmente un Io, un soggetto, ma per restare imbrigliato in un nuovo monologo in cui l’insegnate spontaneamente si annulla nella sfera degli oggetti e dove a volte per ribellione alla cultura il monologo stesso rischia anche di essere un delirio. Buber pertanto conclude che ciò che conduce all’esperienza del Tu non è la creatività in se stessa, ma il suo svolgersi nella solidarietà, attraverso un processo di consapevolezza e volontà dell’incontro, ossia “partecipare a una causa e… accedere alla reciprocità”. Ecco allora che un progetto di Pet Therapy animalista offre con successo una causa a cui partecipare, dei soggetti, gli animali questa volta, con cui entrare in autentico dialogo e un terreno, l’animalismo, nei cui confini battersi. Nell’immedesimarsi in questo nuovo interlocutore dialogico, nello sperimentare virtualmente quello che lui sente, il bambino impara così ad accedere alla reciprocità e si fa portatore di quelle istanze che, tramite la magia del dialogo, ha compreso essere fondamentali ormai per entrambi. Nessuna artificiosità, nessuna fantasia, solo la nuda realtà, attraverso i fatti con cui si mostra e la giustizia che chiede, costituisce insieme il linguaggio, la semantica e la grammatica del messaggio che viene prodotto. Il processo mentale richiesto è l’interpretazione – il midrash – paradigma inferenziale dotato di due componenti, la logica, di tipo ipotetico-deduttivo che mira alla produzione delle norme, leggi universali con cui comprendere la realtà conosciuta e l’intuizione che è la capacità di vedere i legami tra le cose e permette l’empatia, ossia l’immedesimazione nell’altro. Il risultato è naturalmente una comprensione a due livelli, certo razionale-intellettuale, poiché coinvolge ragione e cultura, ma anche naturale-spirituale, poiché il dato sensoriale e le emozioni, investiti di senso, elevano la percezione al livello dello spirito. Ed ecco che grazie al meraviglioso paradosso del dialogo, i giovanissimi imparano ad amare e rispettare la vita lavorando ad un progetto animalista comune e ad accedendo alla responsabilità verso gli animali, mentre ai nostri cani vengono concesse, oltre a un po’ di coccole, anche la stima e la considerazione dovute per questo nuovo dolcissimo atto d’amore.
3. CONCLUSIONI:
La Pet Therapy come proposta di una nuova cultura biocentrica Da quanto esposto fino ad ora appare evidente come la Pet Therapy, oltre a risultare un valido strumento terapeutico primario o secondario finalizzato al recupero dei disturbi psichici di natura nevrotica, se vivificata da un’impostazione animalista possa anche farsi promotrice di una nuova visione del mondo, la cultura biocentrica.
Propugnare una cultura biocentrica significa credere
nel valore assoluto della vita per la quale pretendere il rispetto;
non si tratta quindi si travolgere la scala ontologica o evocare un
ritorno globale alla natura rifiutando il progresso, ma accostarsi
al mondo in maniera diversa, animati da intenzione dialogica e
guidando le proprie azioni secondo il principio di responsabilità.
Ed ecco che assecondando questa impostazione virtù capacità e
talenti tanto dei singoli, quanto di specie appaiono garanzia di un
potere a servizio, da consumarsi in favore degli individui meno
dotati, tutti comunque legati dal comune disegno della vita secondo
la peculiarità della propria natura.
Infatti se è vero che ogni gruppo culturale, dai più progrediti a quelli che Frazer e Freud chiamano semi-selvaggi si connotano con uguale dignità e diritti su una struttura genetica di base, coordinata in modo più o meno complesso o artificioso a un linguaggio di comunicazione, a un’etica cui improntare il proprio operato singolo e sociale e a un luogo percepito come proprio territorio naturale, perché non rivoluzionare la nostra limitata visione antropocentrica ed estendere questo concetto anche agli animali?
L’etologia insegna infatti che ogni
specie zoologica ha, oltre alla riconosciuta struttura genetica
di base, un sistema di comunicazione
specie-specifico ed intra-specie, un comportamento etico
elementare automatico, perché anch’esso per la maggior parte
trasmesso a livello genetico e una propria territorialità
sentita in modo molto più forte che dai gruppi umani. Si prospetta
così una visione di uomini ed animali non più distinti da una
gerarchia piramidale, ma ripartiti in gruppi geo-culturali diversi,
dotati di uguale dignità e diritto di vita.
Un nuovo, forse estremo
tentativo di tutela degli animali, e allora a chi può spettare se
non ad un’Associazione che fa del concetto di difesa un baluardo
istituzionale da oltre cinquant’anni, fino ad eleggerlo portatore
del proprio senso sul suo stesso nome: Lega Nazionale per la
Difesa del Cane?
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PET EDUCATION Il centro, offre un servizio di rieducazione del dialogo zooantropologico, eseguito da un Team di Professionisti:
- Il
dottor Pier Luigi Castelli, medico veterinario
Il
dottor Pier Luigi Castelli
medico veterinario, laureato all'università di Torino e
specializzato nelle malattie di piccoli animali. Vicepresidente dell'associazione veterinaria per i diritti animali. La dott.ssa Graziana Moretti Psicopedagogista, vicecoordinatore Nazionale della Guardie Zoofile della Lega del Cane, direttore dell'ufficio Progetti Formativi della sezione di Genova della Lega del Cane che comprende il centro di Pet Therapy di Martin Buber, Partner tirocinante nel corso per pet-therapisti organizzato dall'università di Genova.
Il dottor Fabrizio Carletto JELA JUDICIUM FAVOLA DI SATTI (04 APRILE 2003)PROPRIETARIO/DOG TRAINER: DR. FABRIZIO CARLETTO VIA DELLE BANCHELLE 23A –16138 GENOVAFAX: 010/8354516
Claudia Scoma: Guardia Zoofila ed esperta in etologia,
volontaria della sezione genovese della Lega Nazionale per la difesa
del Cane |




