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aLuigi Lombardi Vallari ANIMALI ISTRUZIONI PER IL NON USO Indice-sommario 3. Il dovere di vegetarianismo 4. Lo scenario vita-degna-morte-indolore 5. Il vegetarianismo umanista: tutela del carnefice 6. Etica sapienziale: l'orizzonte non violenza 9. Ancora il principio meraviglia
ANIMALI ISTRUZIONI PER IL NON USO
11. Cominciamo con l'inchinarci al mistero continuo e contiguo del parlare capendoci, che accade qui a Genova-nell'-universo (ci sono università nell'universo!): suoni materiali vengono trasformati in significati intellettuali coscientemente capiti. Tra la materia e l'intelligibile, tra la materia e la coscienza, tra questi ordini di realtà completamente eterogenei fanno da interfaccia quei piccoli-immensi cavolfiori di carne speciale maturati da centinaia di milioni di anni di evoluzione biologica che sono i nostri cervelli; e nessuno - nessun cervello umano finora - sa spiegare come.
Dobbiamo realizzarlo con
venerazione, questo fatto inspiegato: è il fondamento universale
dei diritti dell'uomo come uomo, contro tutte le discriminazioni
razziali, sessuali, religiose, ideologiche, è il fondamento
universale della solidarietà umana.
Segnatamente il
cristianesimo ufficiale, con il suo spiritualismo alla rovescia,
ha legittimato l'assenza di ogni limite di pietà e di giustizia
nelle pratiche della scienza vivi settrice e dell'industria
della macellazione. Ha fatto della nobiltà ontologica dell'uomo
non un maggiore impegno (noblesse oblige), ma un
privilegio.
22.
Il punto decisivo, per riconoscere diritti agli animali, è
accertare quale esperienza cosciente o soggettività hanno le
diverse specie. Lo si accerta in
base a
due parametri:
lo sviluppo
del
sistema nervoso
e il
comportamento.
Ciò
permette di
distinguere,
molto grossolanamente, animali
"superiori" e
"inferiori".
A queste
facoltà cognitive
si affiancano
le
corrispondenti
facoltà appetitive-affettive:
alla sensazione i
piaceri e i dolori sensibili, all'immaginazione
i piaceri e i dolori più "sentimentali". Ma
tra animali "superiori"
Ora, il cervello è
la sede principale dei
fenomeni mentali coscienti;
quindi la presenza di occhi fa presumere un livello
superiore di
sofferenza/piacere cosciente e di capacità
cognitive. Una cozza, priva di occhi,e di cervello,
dovrebbe soffrire molto meno coscientemente tolta dall’acqua di
un pesce, o non soffrire affatto; bollire viva una cozza
è molto meno problematico che
bollire viva un'aragosta; una buona
33.
Per chi ritiene che gli animali da noi mangiati soffrano, si
pone il problema del vegetarianismo. Nelle condizioni attuali,
il vegetarianismo sembra un dovere
di
pietà e
di
giustizia:
basta
leggere,
Durante
le
operazioni
di
scarico
gli
animali non
devono
essere spaventati,
eccitati o maltrattati
e occorre evitare che
essi
possano
capovolgersi.
Gli
animali
non
devono essere sollevati
per la testa, le corna, le
orecchie, le zampe,
la coda o il vello in una maniera che causi loro dolore
o sofferenze inutili.... Non
devono essere percossi, né subire pressioni su qualsiasi parte
sensibile del corpo.
In particolare, non Un'altra lettura obbligatoria per chi mangia carne è Rifkin, Ecocidio. Ascesa e caduta della cultura della carne (Mondadori 2001, o ingl. 1992), che illustra la brutalità perfetta della prima razionalizzazione industriale delle catene statunitensi di macellazione e gli effetti devastanti che il culto tipicamente angloamericano della bistecca bovina ha avuto in passato - e certo avrà in futuro, se si estende – sull’ambiente naturale. Un bilancio critico dell'attuale stile euro-americano di alimentazione carnivora intensiva - bilancio in termini esclusivamente economici, ecologici e igienico-sanitari umana, senza alcuna considerazione etica in termini di benessere animale - può trovarsi nell'equilibrato, documentatissimo studio Eating Meat: Evolution, Patterns and Consequences (in “Population and Development Review” 28 (4), 2002) di Vaclav Smil, da cuti risulta che quello stile è una delle catastrofi del nostro tempo in termini di sviluppo sostenibile. Per come stanno le cose oggi, il vegetarianismo sembra quindi un dovere etico di pietà e di giustizia dell’uomo verso gli animali, mentre una drastica riduzione del consumo di carne, segnatamente bovina, sembra comunque un dovere economico, ecologico, igienico-sanitario dell'uomo verso se stesso.
44.
Ma supponiamo che le cose cambino, o facciamo comunque
l'esperimento mentale di immaginare che una meno
barbara umanità futura
riservi agli animali da macello
una vita degna e una morte
indolore: per esempio assicuri ai bovini una libera crescita in pascoli sereni,
un'improvvisa anestesia totale come quella praticata
E al tempo stesso i danni collaterali di natura economica, ecologica, igienico-sanitaria connessi con la cultura della carne si ridurrebbero drasticamente, perché uno stile di allevamento e di uccisione come quello previsto dallo scenario comporterebbe, rispetto agli attuali metodi industriali, una riduzione drastica del numero di animali da macello disponibili. Tuttavia lo scenario è più chiaroscurale di quanto sembra a prima vista. In bioetica è utile distinguere dolore e danno. Ci può essere dolore senza danno addirittura con vantaggio (per esempio in una terapia dolorosa che salva la vita) e danno senza dolore. Se essere privati della vita degna è un danno, e se anche recare danno è eticamente un male, allora anche nello scenario vita-degna-morte-indolore sussisterebbe il dovere di vegetarianismo.
Anzi: in quello scenario il vegetarianismo sarebbe meno doveroso dal
punto di vista del dolore, ma forse più doveroso dal punto di
vista del danno. Infatti, essere privati di una vita futura
degna è danno più grave dell'essere privati di una vita futura
non degna. Un responsabile di Lager nazista, Stangl, alla domanda "ma perché li trattavate così male?" ha risposto: "per poterli uccidere Uccidere un'ebrea elegante, profumata, attiva, è più difficile che abbattere un'ebrea scheletro vivente in pigiama concentrazionario a strisce. Più o meno lo stesso succede con gli animali di affezione: se li vedi star bene, se li vedi vivere a modo loro, l'idea che vengano uccisi per mangiarli fa orrore. Se stabilisco un rapporto, non riesco a uccidere. Migliaia di milioni di uomini vivono la schizofrenia di considerare come entità del tutto separate gli animali e la carne gli animali in sé (quelli dei documentari) sono adorabili, gli animali di affezione sono persone di famiglia, gli animali da macello non sono animali e la carne è una sostanza che si forma al supermercato. Accettare solo un'alimentazione carnivora tutta a base di animali felici sarebbe certamente preferibile dal punto di vi sta degli interessi animali, all'attuale barbarie, ma potrebbe sembrare, in un certo senso, ancora più mostruoso. L'operazione di far vivere bene per uccidere con meno rimorsi è eticamente e psicologicamente problematica,
55.
Tutto questo è ben noto agli animalisti. Vorrei allora mettere
in maggior rilievo, oggi, gli aspetti per cui il vegetarianismo
è motivatile, oltre che come tutela delle vittime, anche come
tutela del carnefice: gli aspetti umanistici - in senso
propriamente etico, non economico o ecologico o
igienico-sanitario - del vegetarianismo. Qui un breve excursus. Per i filosofi aristotelizztanti come san Tommaso e seguaci, la crudeltà verso gli animali è vera crudeltà, perché gli animali da macello non sono macchine cartesiane, bensì esseri dotati sia dei sensi esterni che dei sensi interni e dei piaceri e dolori a essi correlati. Ci si chiede allora quale possa essere la coerenza di un Siwek, principe degli onto-psicologi tomisti, che nella sua Psychologia metaphysica (cito la Editio septima aucta et emen data, Romae,apud aedes Universitatis Gregorianae, 1965) prima dimostra con dovizia di argomenti che gli animali sono dotati della sensazione esterna (la quale trascende "omnes vires physico-chimicas" e può dunque procedere solo da un principio essenzialmente diverso dalla materia, l'anima sensitiva) dei quatto sensi interni (il "sensus communis" organizzatore dell'oggetto, la fantasia, l'istinto come "iudicium naturale" finalistico e la "memoria proprie dicta") e dell'appetizione sensitiva con il piacere e il dolore connessi, poi, per confutare l'obbiezione che ripugna alla bontà divina far soffrire gli animali, tira fuori in poche righe una legittimazione dell'uso degli animali che prescinde totalmente dalla loro soggettività: "Sicut tota natura animalium indicat illa esse tantum instrumenta eius, qui scit eis uti (i.e. hominis), ita etiam patiuntur mala tamquam instrumenta hominis; ac pereunt tamquam res, quae ad nullum usum sunt amplius utiles" (op.cit., p. 178-179; corsivi dell'autore): esempio insigne di falsa coscienza; da avvicinare alle giustificazioni teologico-filosofiche della schiavitù, che lette oggi suonano così incredibili da sembrare falsi storici. Chiuso l'excursus. Dicevo che anche i filosofi animalisti, come Plutarco, si avvalgono, sia pure in subordine, dell'argomento umanista: infliggere sofferenza, danneggiare, uccidere, fa male non solo alla vittima, fa male anche al carnefice. Dentro il nostro esperimento di pensiero utopico gli animali non soffrono; ma l'uccisione (sia pure di bestie anestetizzate) e la successiva macellazione sono atti non gentili, non belli nel senso platonico in cui bellezza e bruttura sono categorie unitariamente estetiche ed etiche. Il vegetarianismo tutelerebbe l'uomo carnefice (carne-fice) da questa residua brutalità-bruttura. Mangiare la carne ignorandone la sostanza e la provenienza è bello, perché cucinata bene è squisita e socializzante, ma produrla non lo è; non mi sembra equo dividere l'umanità in buongustai spensierati e boia di professione. Forse il principio costituzionale di uguaglianza esigerebbe che una legge imponesse a tutti i carnivori umani di uccidere personalmente almeno un proprio cane o gatto e un certo numero di esemplari di ognuna delle specie animali che mangiano; se proprio non se la sentono, come minimo di assistere alle loro uccisioni in mattatoio. Spero di avere chiarito abbastanza questo punto della tutela dell'uomo dalla carneficina: il vegetarianismo è anche un'esigenza etica umanista; esattamente come il pacifismo, proscrivendo la guerra, serve anche a tutelare i militari dall'organizzare lo sterminio e dall'uccidere, o l'abolizione della pena di morte serve anche a tutelare i boia dal giustiziare. Uccidere è brutto. Un dilemma terribile, non retorico: preferireste avere un figlio assassinato o un figlio assassino? La terribilità del dilemma prova che anche chi uccide merita tutela. Io chiedo una legge vegetariana misericordiosa per i macellai. 66. Il discorso etico sulla tutela dell'uomo dalla carneficina attiva può essere inserito con profitto in un contesto più ampio. Io distinguo un'etica precettistica e un'etica sapienziale, La prima vede la bontà morale dei comportamenti come un valore in sé, ultimo, senza altri fini; la seconda non nega che le azioni sono buone o cattive per la loro stessa natura intrinsecamente, ma non fa del valore morale il valore ultimo, non fa della conformità alle norme morali il senso o il fine supremo della vita. Il fine è visto in un'esperienza di illuminazione, liberazione, realizzazione sapienziale, più vicina alla mistica che all'etica. Per l'etica sapienziale , invece che "comandamenti" divini o principi fondati sulla ragione le norme morali sono piuttosto “consigli" fondati sul l'esperienza, e i comportamenti negativi vengono visti non tanto come "peccati" quanto come "ostacoli" al raggiungimento del fine supremo. Faccio un esempio: nell'etica precettistica rubare è peccato o male, nel l'etica sapienziale è sconsigliato come atto che nasce dall'avidità., dall'attaccamento, dal prendersi per il centro del mondo, insomma da altrettanti inciampi sul cammino verso la liberazione/illuminazione. Quindi nell'etica sapienziale può essere negativo non solo il rubare, ma anche il conservare e amare la propria legittima ricchezza. L'etica occidentale, sia religiosa che filosofica, è prevalentemente precettistica; l'etica orientale più interessante (quella, per esempio, dello yoga, del buddismo, del taoismo) è prevalentemente sapienziale. La bioetica animalista comune è di tipo precettistico. Ma esiste anche un'etica animalista che chiamerei appunto sapienziale, ed è quella che inserisce il vegetarianismo nel contesto più ampio della nonviolenza (ahimsā) verso tutti gli esseri senzienti; nonviolenza motivata anzitutto con l'interesse spirituale, autorealizzativo, del non violento. E' vistoso il contrasto tra la nonviolenza e le religioni. Tutte le religioni istituzionali (il vedismo l'ebraismo, il cristianesimo di tutte le confessioni, 1'islamismo).hanno come minimo legittimato, più spesso sacralizzato o direttamente predicato e promosso, la violenza mortale sugli uomini e sugli animali: in particolare il cattolicesimo romano (ognuno guardi "la trave che è nel suo occhio") ha al proprio attivo una "storia criminale" (una Kriminalgeschichte, Deschner) di guerra (santa e non santa), pena di morte, tortura giudiziaria, repressione del pensiero, genocidio, schiavizzazione, carneficina di animali - il tutto sul piano non solo fattuale ma anche proprio dottrinale, teologico - che ne fa uno dei soggetti culturali più violenti della storia. Nell'alveo cruento delle religioni e delle civiltà, la nonviolenza è come un filo di acqua sterile che non si confonda al fiume di sangue; forse è più un appello che un precetto, ma un appello in sintonia con una razionalità profonda, capace di far realizzare la demenzialità Sputa, attrezzata, vincente, delle ragioni di clero, di Stato, di mercato assolutamente maggioritarie nella vicenda geo-bio-logicamente brevissima dell’umanità evoluta. E' strano che i principi della nonviolenza risultino oggi corroborati da discipline così poco ascetiche come l'economia, la geopolitica, il diritto ambientale, la lotta contro il crimine o la dietetica; ma è segno, appunto, della sintonia tra ascesi e razionalità profonda (voglio dire, anche: :non-cinica, non-storicista, non-machiavellica, non-hegeliana). Non è possibile svolgere qui adeguatamente la tematica della nonviolenza, che non si riduce alla semplice omissione degli atti violenti (anche "giusti" o "sacri" o legali: la guerra, la pena di morte, la pena non educativa in genere, il sacrificio religioso di uomini o animali, l'alimentazione carnivora), ma costituisce una dimensione spirituale così profonda, così ramificata nei suoi presupposti teorici, snelle sue motivazioni, nelle sue applicazioni da potersi considerare ancora, e non solo a livello di senso comune, in gran parte inesplorata. Forse è una complessiva visione del mondo, che orienta, magari con altri nomi, il cammino dell'umanità. Filosofi come contemporanei Buber, Levinas, Capitini hanno indagato in parole occidentali quella che per millenni è stata una pratica panindiana di "rinuncianti" (śramaņa induisti, monaci buddisti, giainisti) con occasionali ma grandiose estrinsecazioni in politica (Aśoka, Gandhi), Capitini (cito da Le ragioni della nonviolenza, Antologia a cura di M. Martini, Edizioni ETS, Pisa, 2004, p. 73-74, 60, 57-58, 42-43) la definisce "attenzione e affetto per ogni singolo essere proprio nel suo esser lui e non un altro, per la sua esistenza, libertà e sviluppo". "E'. dunque, un dire un tu ad un essere concreto e individuato; è avere… gioia che esso esista, che sia nato e se non fosse nato, gli daremmo noi la nascita: assumiamo su di noi l'atto del suo trovarsi nel mondo, siamo come madri". "La non violenza non è la sostituzione di certi mezzi ad altri, fermo restando tutto il resto… la nonviolenza…. introduce una dimensione nuova, anticipa una realtà diversa". E' una "sospensione di attivismo che è attivissima moltiplicazione d'attenzione…, potenziamento della vita interiore proprio mediante questo collegamento in atto di tutto il reale nelle sue innumerevoli individuazioni con l'intimo nostro": dalle semplici "cose" agli "esseri subumani" anche "di minima vita, microganismi e microbi", alle "individualità con cui è possibile stabilire un rapporto complesso", piante, fiori, e naturalmente animali. "I1 vegetarianismo per esempio… questa 'sospensione' introdotta nella leggerezza sterminatrice e nella freddezza utilitaria, si riflette in accrescimento di valore interiore"; ma è solo un luogo, sia pure cruciale, della dimensione, dell'orizzonte, nonviolenza. La nonviolenza è, per Capitini, lasciate alle spalle le religioni istituzionali dogmatiche, entrare nella "religione aperta", "entrare per sempre nella compresenza" dalla quale nulla e nessuno può essere arbitrariamente escluso. La nonviolenza è un'iniziativa assoluta e senza ritorno, ma quotidianamente da reinventare: "è come la musica, la poesia, e si può sempre fare nuova musica, nuova poesia"; "come nessuno può desiderare di ascoltare e comporre "la Musica, tutta la Musica...; così nessuno abbraccia l'astratta 'nonviolenza', ma compie atti particolari di nonviolenza, in situazioni concrete"; al tempo stesso "noi viviamo per ogni essere, in occasione del suo incontro, l'unità": "la nonviolenza fa vivere 1'UnoTutti". Io vorrei dire con parole mie che la nonviolenza è un generalizzato in-punta-di-piedi, una sempre rinnovata sosta ammirante che ti trattiene dal passo deciso, dallo sfondamento, dal calpestamento. E' sempre imperfetta, perché è 1'iniziativa di un vivente e la vita è per definizione 1'autoasserzione di un sistema a spese dei sistemi circostanti; tuttavia la sua coscienza di imperfezione la consuma e affina. E' individuale e universale: parte da singole individualità amate intuitivamente e irresistibilmente, diciamo pure ingiustamente, per ampliarsi nell'intenzione e secondo giustizia ontologica, a ogni essere pensato e a ogni incontro: cercando di riportare su "tutti" proprio l'ingiustizia di quell'amore iniziale. E' astorica? Temo di sì. C'è troppa complicità storia-forza, storia-potere, storia-violenza. Ahimsā (se posso per un attimo personificarla) ti fa sceglierti debolezza; ti fa entrare nella storia uscendone, prende re parte dando le spalle. Eppure, a ben guardare fa lei ultimamente la vera storia, quella per cui si pub parlare di progresso. E' triste? Temo di sì. Perché toglie alla vita il gusto del trionfo; perché è non-godereccia, non-grasso-che-cola; perché in nessun modo ti nasconde la precarietà dell'essere degli esseri. E' triste perché è un dare commiato a una quantità di "soddisfazioni". Si, rispetto a molte festosità della compagnia comune la nonviolenza è un commiato. Eppure, a suo modo triste è gioiosa: perché introduce alle gioie lievi dell'agio etico. E' ascetica? E' nemica del principio del piacere? Non so. Temo di sì. Spero di no. Gli inauguratori antichissimi erano rinuncianti, facevano voto inscindibili di nonviolenza e nonvoluttà. Grandiosi epigoni e rinnovatori, come Gandhi, sono stati austeri; Gandhi ha fatto e - si dice- osservato il voto di castità coniugale. D'altra parte l'emblema stesso della nonviolenza positiva è il bodhisattva del buddismo mahāyāna, l'essere di illuminazione la cui mente è desiderio di"rendere felici tutti gli esseri senza eccezione", "desiderio che ognuno di loro realizzi illimitate qualità positive"; o, almeno, desiderio di diventare questo desiderio. (Shantideva, bodhisattvacaryavatara. Guida allo stile di vita del Bodhisattva, Istituto Lama Tzong Khapa, Pomaia, Pisa, s.d., cap. I). I bodhisattva non puntano - "egoisticamente” - alla sola illuminazione personale: "essi guardano compassionevolmente alle creature e questa tranquilla città del nirvāņa la considerano né più né meno che una casa di ferro rovente e fiammeggiante e, come tale, se ne discostano il più possibile. La causa del nirvāņa senza base non è dunque altro che la grande compassione" (qui e in seguito cito da Nāropār, Iniziazione kalacakra, a cura di R. Gnoli e G. Orofino, Adelphi, Milano, 1994, p. 34, 357, 344). La "grande compassione", mahārkaruņā, è un altro nome per la nonviolenza positiva, per lo "stato di Buddha caratterizzato dalla compassione senza appoggio" che "si adopera per il bene del mondo"(…). Ora nel centro stesso del buddismo mahāryārna quale ci è pervenuto troviamo un filone che associa la grande compassione alla "grande concupiscenza" (mahārrārga) vissuta nell'unione sessuale, al punto che "non esiste peccato maggiore della mancanza di concupiscenza, non esiste merito maggiore del piacere", e "la compassione è caratterizzata da un aumento di concupiscenza" (…). Mi è precluso cercare di chiarire qui, anzitutto a me stesso, insegnamenti, che si indovinano psicologicamente penetranti quanto suscettibili di interpretazioni molteplici; m'interessa, trovo prezioso, che, l'amore universale sia stato, almeno in uno dei filoni della spiritualità nonviolenta, congiunto vitalmente all'esaltazione erotica, disgiunto dall'ascetismo sessuale e dal dolorismo. L'essenziale da tenere presente :(da tenere, direi, continuamente presente) è che il vegetarianismo profondo non può stare da solo, s'iscrive nell'orizzonte globale della visione nonviolenta del mondo, quindi; esige un terribile disancoramento di tutta la vita, di tutta gli habitus, dall'attitudine della pre-potenza, biologicamente e soprattutto culturalmente così connaturati all'uomo da sembrare quasi la shakespeariana libbra di carne "vicinissima al cuore". Forse non siamo più sulle rive della terraferma dell'etica precettistica, siamo sul mare alto dell'etica vocazionale o sapienziale. 77. Ho parlato finora di carnivorismo e non di vivisezione perché il primo è molto più diffuso nella popolazione umana e costituisce un rapporto molto più immediato, più visibile, con i corpi animali, e anche perché immagino (mi mancano dati precisi) che il numero di corpi animali fatti soffrire dal carnivorismo sia molte volte quello dei fatti soffrire dalla vivi sezione. Smil informa che la specie umana consuma 200 milioni di tonnellate di carne e 130 milioni di tonnellate di pesce - cioè 330 milioni di tonnellate di corpi di animali con occhi - all'anno. Non so calcolare se non congetturalmente il peso medio di questi animali, che vanno dai bovini sulla mezza tonnellata ai polli e ai piccoli pesci; supponendo, per comodità., un peso medio di 3,3 chili, sarebbero 100 miliardi di animali sacrificati all'anno, Mi marcano le cifre della vivisezione.; posto che siano anche molto minori, si può comunque temere che le torture inflitte fino a poco tempo fa dai vivisettori operanti senza anestesia superassero in sofisticata efferatezza la grossolana barbarie degli allevatori e macellatori, così che moltiplicando numero di animali per intensità di dolore il prodotto non fosse poi tanto diverso. In ogni modo il discorso sulla vivisezione o sperimentazione in animali vivi è troppo complesso perché io possa svolgerlo qui; rimando, su 'un aspetto molto particolare ma di grande portata teorico-giuridica, al mio contributo L'obiezione di coscienza legale, alla sperimentazione animale, ex-vivisezione (legge 12 ottobre 1993 n. 413) in A. Niannucci e M. Tallacchini (a cura di), Per un codice degli animali, Giuffrè, Milano, 2001, p. 269-281. Do per scontato un ampio consenso, anche tra i non vegetariani e non animalisti, sul punto che qualunque cosa si faccia degli animali è meglio farli soffrire il meno possibile; e termino quindi con un perfezionabilissimo, integrabilissimo decalogo derivabile da qualcosa come un imperativo kantiano "agisci in modo da considerare l'animale' (anche) come fine e non (solo) come mezzo". 88. Nel decalogo non distinguo tra atti che considero doverosi e atti che considero preferibili, consigliabili. Ometto le azioni legislative dei parlamentari e i comportamenti propriamente militanti, pur necessari, perché mi rivolgo al gruppo molto più vasto, dei solo desiderosi di ridurre almeno un po' la sofferenza e il danno inflitti agli animali. 1) .Resisti alla persuasione mediatici in generale, alla pubblicità commerciale in generale. Esse propagandane stili di vita e di consumo oggettivamente nemici del benessere animale, per di più mostrando sempre e soltanto i risultati desiderabili e mai i metodi con cui vengono ottenuti; mostrando opulenti, gioiosi banchetti familiari a base di carni animali e non i relativi mattatoi, farmaci miracolosi e non i relativi test su cavie di laboratorio. 2) Resisti, specificamente, alla pubblicità delle ditte carnefici e delle ditte farmaceutiche e cosmetiche . 3) Resisti alle pretese di autorevolezza etica delle religioni e segnatamente della Chiesa cattolica, legittimatrice storica di tutte le forme di violenza sugli uomini e sugli animali. Pensa con la tua testa e in base ad argomenti. 4) Leggi testi (di scienza, di poesia) che evidenziano realisticamente la bellezza e il rango ontologico degli animali non umani, la continuità tra corpo-mente umano e corpo-mente degli altri animali, L’onnipresenza della componente animale nel comportamento e nella psiche umana, l'onnipresenza dei simboli animai: nella cultura umana. 5) Leggi testi sulla nonviolenza come opzione spirituale fondamentale e come tecnica politica. 6) Informati sull'alta cucina vegetariana e sugli stili ascetici di alimentazione. 7) Cerca di passare al vegetarianismo, o almeno a una drastica riduzione del consumo di carne. 8) Esercita il consumo critico selezionando i prodotti alimentari animali diversi dalla carne (latte, formaggi, uova) ottenuti con metodi il meno possibile lesivi del benessere degli animali sfruttati.(Esigi, per esempio, uova di galline nutrite con mangime sano e allevate a terra con sufficiente spazio per muoversi). . 9) Esercita il consumo critico, se non sei vegetariano, selezionando le carni ottenute con metodi (allevamento, mattazione) il meno possibile lesivi del benessere degli animali sacrificati. 10) Boicotta i prodotti animali di ogni genere ottenuti con metodi brutali o crudeli. Questo punto è molto importante. Nella società dei consumi il boicottaggio è l'arma assoluta, forse più incisiva del voto politico. Le multinazionali sono sensibili al minimo calo dei profitti, molte campagne di boicottaggio o di consumo etico (per esempio nei confronti di Mc Donald's, la più formidabile azienda di macellazione e preparazione carni dell'umanità) hanno avuto un qualche, ancora insufficiente ma pur sempre significativo, successo. Informati sui prodotti cruelty-free. 11) Riduci l’uso di farmaci, cosmetici e comunque oggetti o sostanze testati su animali. Anche questo punto è molto importante. Non solo i farmaci, ma una miriade di cose vengono messe in commercio, per legge, solo se testate su animali. Ora, molte di queste cose sono inutili. Non solo inutili nel senso ovvio di non rispondenti allo scopo (farmaci che non curano), ma inutili anche nel senso meno ovvio che rispondono a scopi resi necessari dall'insipienza umana. All'origine di molto dolore animale da test c'è un vivere sbagliato dell'uomo. Sbagliato strutturale: ambiente non splendido e sano, anzi brutto, mortificante, malsano; forma di lavoro non- pacificante, gratificante, socializzante, anzi stressante, isolante; ritmo di vita non musicale, anzi a scatti, a stasi forzate, disarmonico; rapporti umani.., ecc. Sbagliato morale: preferisco un regime nocivo con farmaci a un regime giovevole senza farmaci, quando sto male non mi chiede cosa c'è nella mia vita che non va ma che farmaco posso prendere; blandisco, in me e nei miei figli, appetizione di consumi, simboli di status, gadgets futiloidi d'ogni genere, quelli che gli antichi chiamavano beni esterni", invece di coltivare il desiderio per i beni del corpo, della mente, della relazione, che sono i beni corrispondenti alla struttura ontologica dell'uomo. Un’economia, una politica, una cultura, un diritto più sapienziali, diciamo pure semplicemente più filosofici; scelte individuali più ispirate al buon gusto etico-estetico, a un progetto nonviolento di poeticizzazione dell'esistenza, ai postulati ecologici; insomma una diversa impostazione strutturale e morale del vivere dell'uomo; avrebbe conseguenze benefiche indirette anche per gli animali. 12) Affronta, con un po' di tempo a disposizione, il seguente kōan: "è più etico mangiare la carne di un uomo vissuto degnamente e morto di morte naturale o accidentale, o la carne di un animale allevato e ucciso crudelmente per mangiarlo?". (Se rispondi subito e con ira:"ma certo mangiare l'animale! in nome della dignità dell'uomo!", rifletti se è più rispettoso della dignità dell'uomo farlo mangiare dagli uomini o dai vermi).. 99. I1 mio decalogo ha raggiunto i dodici punti; è tempo dì terminare. Termino tornando all'inizio: alla meraviglia realizzante da esercitare sullo splendore degli esseri viventi e senzienti. OM MANI PADME HUM: "M'inchino a te, gioiello della mente senziente che risplendi nel fiore di loto del corpo cosmico". Il fondamento della pietà e della giustizia è la meraviglia.
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