|
Franco
Manti
Università di Genova |
Quando pensiamo
a un animale domestico e, in particolare a un cane, siamo
portati a considerare la nostra relazione con esso in termini
gerarchici e di possesso. Siamo soliti affermare: possiedo un
cane"'. Poiché il linguaggio è insieme comunicazione e
significazione del mondo, riti sembra di qualche interesse
indagare i significati originari delle espressioni (tre usiamo
per meglio comprenderei processi genetici delle nostre visioni
della realtà).
Gli antichi greci utilizzavano per significare possesso il
vocabolo ktèma (riferito a beni, proprietà., ecc.). Colui che
possiede è kematikòs.
Questi vocaboli rimandano al sanscrito ksayarti (possedere) la
cui radice si ritrova nel greco ktàomai. Tale verbo significa,
insieme, possedere e acquistare il che definisce uno stretto
legarne fra possesso e acquisto, esprimendo così a livello
sociale l'avvenuta codificazione di ama mercificazione di
quanto costituisce possesso.
In particolare, il possesso verso i viventi esprime la funzione
sociale dell'essere padrone. In greco la parola che corrisponde
a padrone è despòtes., dal verbo despòzo, il cui significato è
dominare, essere padrone assoluto. Questo verbo rimanda al
sanscrito patirdan ossia il capo di casa inteso come signore e
padrone. La casa, nel mondo greco conglobava tutti coloro che
erano despotoùmenoi ossia dominali o governati con pieni poteri.
È così che Esiodo può affermare: "Casa nella sua essenza è la
donna e il bue che ara”.(1)
Mi sembra significativo sottolineare come, agli albori della
nostra modernità, il teorico del patriarcalismo" R. Filmer",
ritenesse che la donazione di Dio ad Adamo, di cui i sovrani
dovevano essere considerati discendenti in linea diretta, avesse
come oggetto il possesso del mondo compresi le donne, i figli e
gli animali.(2)
Quanto detto finora ha a che fare con le relazioni sociali e i
principi etici cui esse si riferiscono, a cominciare dall'idea
di ordine morale e, anche, con la formazione dell'immaginario
sociale.(3)
Il cane occupa uno spazio particolare rispetto a tutte queste
dimensioni. R. Marchesini ha evidenziato come si tratti di un
animale dotato di una serie di qualità che lo distinguono da
ogni altro vivente, che ne costituiscono l'identità.(4)
Fra queste la peculiarità più significativa è l'esperienza
relazionale. Poiché essa si fonda sul flusso d'informazioni fra
i soggetti che ne sono partecipi, tese a comunicare e a
reciprocare comportamenti, finisce per mettere in gioco
l'identità morale di quanti scelgono di vivere con un cane.
In breve, la scelta (morale) è fra l'esercizio del potere del
despòtes per cui il cane è un bene disponibile che può essere
sottoposto a angherie e vessazioni, come del resto avveniva per
gli schiavi, fino a costringerlo a una “vita da cane”, o la
con-vivenza intesa come pratica e storia di vita comune, come
reciprocità del caring pur in considerazione e nella
consapevolezza delle particolarità di specie.
Il fatto è che, spesso, si arriva al cane con scarsa
consapevolezza senza considerare la responsabilità morale che ci
si assume nei confronti di una soggettività che. come quella del
cane, richiede una relazione basata sulla concertazione.(5)
Recenti studi zooantropologici e, in particolare quelli di R.
Marchesini (6), rilevano come, animale sociale per eccellenza,
il cane o anche il codice lupo - cane tratteggi la fedeltà e
l'immedesimazione nel gruppo e poichè la socialità è la
dimensione di vita del cane, la concertazione costituisce la
base su cui definisce il proprio posizionamento sociale. Questo
comporta. per noi, particolari responsabilità riferite al
riconoscimento di tale socialità.
Nel rapporto interattivo che si viene a instaurare, se il cane
esprime fedeltà noi abbiamo l'obbligo non solo della
reciprocità, ma di essere protagonisti attivi della costruzione
di un rapporto di fiducia. Dobbiamo, in altri termini,
dimostrarci all'altezza della fiducia che 1`aitimale ripone in
noi. Ciò comporta che nell'azzeramento delle distanze fisiche si
colga non solo un processo di quotidiano apprendimento, ma anche
un'istanza non puramente metaforica quella della vicinanza e
della condivisione che può spingersi, e sarebbe auspicabile che
fosse veramente così, fino alla costruzione di un progetto di
vita comune, sicuramente da parte nostra, ma anche da parte sua
se, con T. Regan. siamo disposti a riconoscerne i diritti e la
soggettività di vita.(7)
Per questo
riusciremo a instaurare un rapporto completo e articolato con il
cane solo a partire dalla nostra consapevolezza della necessità
della convivenza e dal conseguente impegno a praticarla nel
rispetto della sua soggettività. Solo così è possibile
sviluppare la tendenza concertativa propria della socio
referenza (8) del cane la cui richiesta è quella
dell'attuazione di una rete di relazioni che coniughino
relazionalità, affettività e operatìvità.
Si tratta, a ben vedere, non solo di un vero e proprio bisogno
attivo di appartenenza sociale, ma implicitamente anche di
riconoscimento, da parte del proprio interlocutore/i di tale
appartenenza e delle modalità in cui si esprime. Utilizzo il
termine interlocutore non a caso in quanto ritengo di poter
ascrivere 1’interazione con il cane alle relazioni dialogiche
il che comporta, per noi, l'onere di proporci quali
interlocutori validi.
Ciò significa che oltre ai doveri che, secondo J. Habermas sono
propri dell'etica dell'azione comunicativa, correttezza, verità.
veridicità. Comprensibilità (9) dovremmo aggiungere conoscenza e
rispetto delle specifiche forme attraverso le quali il cane
esprime la propria socialità concertativa.
Va, in primo luogo, tenuto presente come i comportamenti del
cane siano sempre riferiti a un gruppo e al ruolo che assume al
suo interno.
Quanto detto finora consente di comprendere quanto riduttivo e
fuorviante sarebbe ridurre 1'interazione uomo - cane allo schema
della dominanza - sottomissione al capobranco - leader
impersonato, naturalmente dall'uomo. Fra 1'altro, per quanto
possa sembrare paradossale, se s'impostasse un rapporto in
questi termini si avrebbe una sorta di rinuncia alla nostra
specificità umana che nel rapporto interattivo non può essere
identificata con il ruolo assolto dal capobrauco. Tale
specificità comporta che si valorizzi la dialogicità e il
coordinamento concertato pur nella diversità dei ruoli.
Perfino la somiglianza del cane con colui che da «proprietario»
è divenuto convivente assume caratteri di reciprocità. In
breve, si può affermare. con R. Marchesini che (10):
1. Il cane tende a convergere ontogeneticamente sul profilo del
gruppo
2. Il rapporto uomo - cane implica la costruzione di prassi
concertate che portano all'assonanza cane - uomo, ma anche uomo
- cane
3. Non è possibile un rapporto corretto con il cane senza
convergere operativamente sulle sue posizioni.
Si tratta di un particolarissimo processo d'ibridazione
culturale attraverso il quale accanto a un cane ci modifichiamo
e ridefiniamo la nostra identità. Il fatto è che, per noi, è
difficile accettare non tanto che il cane sta modificandosi in
base ai nostri comportamenti, ma che anche noi siamo coinvolti
in un processo simmetrico stiamo diventando conte il cane
nostro convivente. (11)
Tale difficoltà di accettazione deriva da due opposte forme di
antropomorfizzazione attraverso le quali t'immaginario sociale
ha recepito il rapporto con gli animali: lo «specchio oscuro»
(12) che proietta su di essi i nostri vizi e le nostre debolezze
cosicché, ad esempio, quando qualcuno alza la voce o risponde
malamente diciamo che si comporta come un cane o, al contrario,
la proiezione di affetti e atteggiamenti interumani sugli
animali con il trattare un cane alla stregua ad es. di un
bambino.
In entrambi i casi siamo di fronte al riproporsi di un vero e
proprio pregiudizio antropocentrico basato su una visione
comparativa del rapporto uomo - animale dove quest’ultimo
finisce per rappresentare o un'umanità distorta e deviata o
un'umanità al suo stato fanciullesco e di sostanziale
immaturità. Quante volte abbiamo sentito dire “guarda che
espressione, sembra umano, gli manca la parola...”. Un cane,
come ogni altro animale non deve sembrare umano, deve poter
essere quello che la sua specie richiede che sia.
Tentare di capire un cane perciò vuol dire rapportarsi e fare i
conti con la sua irriducibile alterità, con il fatto clic essa
può, in qualche modo, essere sconvolgente e mettere in crisi
stereotipi e pregiudizi. Se è vero che uomo e cane sono due
specie altamente sociali, lo sono in modo diverso (13)
perché quest'ultimo cerca il proprio benessere nel benessere del
gruppo, mentre noi tendiamo a ragionare, prioritariamente, in
termini di benessere individuale e differenziato per ognuno e a
concepire la società come finalizzata a garantire che ogni
singolo veda soddisfatte le sue esigenze senza che ciò arrechi
danno agli altri.
Ne deriva che il cane mette in evidenza le nostre debolezze e i
nostri limiti nella capacità di vivere profondamente la
socializzazione oppure sottolinea la nostra vulnerabilità (con
la quale troppo spesso rifiutiamo di fare i conti) quando
diventa protagonista, con corrette pratiche di pet- therapy di
una relazione non solo terapeutica, ma di caring.
Emerge, così, centralità di un linguaggio come quello del corpo,
soprattutto quando esprime il fluire delle emozioni, che, troppo
spesso, la nostra cultura ha sottovalutato e considerato
marginale. Il rapporto con il cane che richiede un linguaggio
conciso e basato sulla transazione consente di sviluppare
capacità ermeneutiche e d’interazione particolarmente raffinate.
Del resto, da quando nel paleolitico tribù di umani si presero
cura di qualche cucciolo di lupo orfano o abbandonato, iniziò
un rapporto di affiliazione e cura che ha prodotto non solo
forme di reciprocità raffinate, ma ha inciso profondamente sulla
coevoluzione delle due specie.
Certamente. su noi umani ricade la responsabilità storica della
domesticazione prima del cane, poi di tutti quegli animali che,
appunto, definiamo domestici cosicché emerge con forza
l'esigenza di un'etica della biocultura.(14)
All'interno di questa nuova sensibilità morale il cane occupa
una posizione speciale perché non solo viene accolto nella
società umana, ma contribuisce alla sua fondazione ed
evoluzione.
È noto come gli animali e in particolare quelli domestici,
abbiano giocato un ruolo fondamentale nella storia dell’umanità
tanto che certe differenze riscontrabili fra i vari gruppi umani
sono strettamente collegate alla presenza o assenza di certe
specie animali con i processi coevolutivi che questo ha
comportato15, ma mentre quella verso un altro animale si
configura come una sorta di adozione a senso unico l'attitudine
sociale del cane lo ha portato a entrare nella società umana e a
esserne parte.
Questo ha fatto si che se storicamente quella del cane ha
costituito il modello per le altre domesticazioni, essa ha anche
influenzato, più di quanto non lo sia stato per altre specie
animali, il nostro modo di essere umani.
È perciò anche nel rapporto con l’alterità animale che
costruiamo i nostri predicati di esseri umani, che attribuiamo
significati a noi e a quanto ci circonda.
Quando abbiamo a che fare con altri significativi (16) (e fra
questi possiamo ascrivere il cane) entrano in gioco processi di
definizione dell'identità, di riconoscimento e
autoriconoscimento. Anche l'ordine morale che l'immaginario
sociale riconosce come fondativo della società ha a che fare con
tali processi. Il mancato riconoscimento o un certo tipo di
riconoscimento può, infatti, costituire la giustificazione per
politiche discriminatorie.
Nel caso del cane, non rapportarsi ad esso come a un’alterità
significativa, a partire dalle specificità che le ineriscono,
comporta la riproduzione del rapporto padrone despòtes - bene
totalmente disponibile, mentre alla luce di quanto si è detto la
nostra moralità richiede la trasformazione del padrone in
con-vivente.
Perché tale passaggio avvenga veramente e da teoria filosofica
diventi immaginario sociale effettivamente incidente stilla
prassi comune, non dobbiamo nasconderci la necessità
dell'imporsi di una concezione dei rapporti fra uomo e animale
basati su un'attitudine squisitamente umana: l'attribuzione di
valore.(17)
Allora la nostra moralità quale fondamento della limitazione
dei diritti e del riconoscimento di quelli altrui, insieme
all'individuazione dei doveri connessi, sarà in grado di
attribuire rilevanza etica ai non umani riconoscendo loro
diritti inerenti.
Il potenziarsi delle nostre conoscenze etologiche, la nascita di
nuove discipline come la zooanttopologia (18) aumentano le
nostre responsabilità morali verso gli animali e,
specificamente, verso quelli domestici dato l'impatto immediato
che su di loro hanno anche le nostre scelte quotidiane.
Il principio di responsabilità ci richiama al dovere di farci
carico non solo degli esiti prevedibili delle azioni che
mettiamo in atto, ma anche delle nostre omissioni e delle azioni
che altri faranno in base ai contesti che creiamo. Vale la pena
di notare come, soprattutto rispetto a quest'ultima
specificazione del principio di responsabilità, i nostri doveri
verso gli animali siano di particolare rilievo poiché, mentre
verso gli uomini potremmo affermare di essere parzialmente
responsabili, data la loro capacità di scelta, verso gli animali
siamo totalmente responsabili.
Per quanto riguarda i cani, proprio per le loro caratteristiche
sociali, è fin troppo facile dire che il loro comportamento è
condizionato dal loro «padrone». Ma se non si vuole ridurre
l'idea del cane buon cittadino a quella di un animale
estrinsecamente rispettoso di certe regole di buona educazione,
dovremmo coniugare il rispetto per il suo ben-essere con il
riconoscimento della sua dignità.(19)
Non esiste, infatti, cittadinanza, come ci insegna la nostra
storia, quando non si riconosca la dignità. Il che significa
consentire a una specie di vivere secondo quelle caratteristiche
che le sono proprie. Così come è stato per la domesticazione, il
rapporto con il cane, fondato sulla convivenza, sul rifiuto
della coercizione e sulla partnership, potrebbe costituire
l'inizio di un nuovo processo storico che dalla città degli
uomini ci conduca alla grande comunità dei viventi.(20)
Intanto, dalle origini della nostra civiltà, le immagini potenti
del mito e della poesia ci raccontano di un mendico lacero che
si aggira, chiedendo qualcosa da mangiare, in una reggia e di
un vecchio cane, altrettanto malandato che nel vederlo gioisce e
così, felice, muore.
Di Odisseo, il cane Argo coglie evidentemente qualcosa che non è
mutato nei vent'anni trascorsi, un nucleo esterno e sensibile
della sua identità. che né i segni del tempo, né i camuffamenti
voluti dalla dea possono dissimulare. Questo quid sfugge invece
a tutti gli altri, fuorviati da quel tanto di alterità che i
vissuti intercorsi hanno inevitabilmente prodotto.
Nel riconoscimento di Argo si coglie una funzione della memoria
animale che la memoria umana ha perduto, poiché trascesa dalla
“necessità” dell’interpretazione razionale e della ricostruzione
storica.(21)
Il cane Argo è protagonista dell`anagnorisis, del
riconoscimento, che agli uomini sembra negato (la nutrice
Euriclea ha bisogno, per riconoscere, di un segno fisico, di una
cicatrice e, Penelope, di un esplicito riferimento a un
particolare che solo il marito e nessun altro poteva conoscere),
di colui con il quale aveva condiviso per un breve periodo, la
sua vita. Ulisse. il distruggitorc di città, l'eroe che di tanti
uomini l’indole conobbe e che si appresta a una vendetta
terribile, non riesce a trattenere una lacrima.
Note
1 Esiodo. Le opere e i giorni, v. 405. Questo verso è citato da
Aristotele in Politica, 1,2. Cfr. Aristotele, Politica, tr. It.
In Id... Opere. Laterza. Roma-Bari, 1986. vol.9, p. 5
2 Cfr. R. Filmer.. Patriarcha o il potere naturale dei re, tr.
it. in .I. Locke. Due trottati sul governo. e altri scritti
politici, tr.it., UTET, Torino pp. 585 -664. Locke dedica
l'intero Primo trattato alla critica di Filmer. Per un'analisi
della posizione di Locke riguardo gli animali rimando a F.
Manti, “La donazione di Dio all’ uomo: il dominion come
donazione e responsabilità nella filosofia di J. Locke”. in L.
Battaglia (a cura di), Le creature dimenticate, Macro Edizioni,
Cesena 1998, pp. 73 - 99
3 Cfr. C. Tavlor, Gli immaginari sociali moderni, tr. it.
Meltemi, Roma, 2005 e specificamente i cap. I e II, pp. 21-44
4 Cfr. R. Marchesini, L'identità del cane, Apeiron, Bologna,
2004, p. 14
5 Cfr. ivi, pp 17-19
6 Cfr. ivi, pp. 26-30
7 Cfr. T. Regan, 1 diritti animali. tr..it. Garzanti, Milano,
1990 e Id., Gabbie vuote, tr, it. Sonda, Gasale Monferrato,
2005, in particolare, pp. 93 -121
8 Cfr. R. Marchesinì, op. cit., pp. 15 - 22
9 Cfr. J. Habermas. Etica del discorso, tr. it., Latenza.
Roma-Bari, 1989 e ld., 'Teoria della morale, Latenza, Roma
–Bari, 1994, pp. 69 -76 e pp. 123 -235
10 Cfr. R. Marchesini, op. cit., p. 21
11 Si tratta di un processo di convergenza indotto dalla
comunicazione che determina coevoluzioue. Cfr. R. Marchesini.,
op. cit., pp. 28 -30
12 Cfr. Th. Benson, «Lo specchio oscuro. Stereotipi animali e
crudeltà umana», in S. Castignone (a cura di), I diritti degli
animali, il Mulino, Bologna, 1988, pp. 119 -133 e S. Castignone.
«Lo "specchio oscuro”: significato di una metafora», in AA.VV.,
Lo specchio oscuro. Gli animali nell'immaginario degli nomini,
Satyagraha Editrice, Torino, 1993
13 Cfr. R. Marchesini. op. cit., p. 29
14 Cfr. Luisella Battaglia, Etica e diritti degli animali,
Latenza. Roma – Bari, pp. 138 -142
15 Cfr. J. Diamond. Armi, acciaio e malattie, Einaudi, Torino, I
ed. 1998, Il ed. 2000, pp. 149 -165
16 Cfr.. G.H. Mead, Mente, sé e società, Giunti – Barbera,
Firenze, 1972. pp. 270 - 289
17 Cfr. M. Manfredi, Valore ambiente, Schena Editore, Fasano,
2000
18 Per un primo approccio con questa disciplina, cfr. R.
Marchesini (a cura di), Zooantropologia, Red Edizioni, Como 1999
19 Il concetto di dignità e la sua applicazione agli animali è
analizzato in F. Manti, “La questione animale come materia di
pertinenza costituzionale”, in L. Battaglia (a cura di), Vivere
con gli animali, in pubblicazione, nel 2006. presso NAME, Genova
20 Cft. L. Battaglia, Etica e diritti degli animali, op. cit.,
pp. 142 - 146
21 M. Manfredi, Teoria del riconoscimento, Le Lettere, Firenze,
2004