Dalla parte del toro. Ribelle e fucilato
Luisella Battaglia
Chi ha assistito – emozionato o interdetto – alla
straordinaria “anti-corrida” che si è svolta su
un’arena spagnola avrà probabilmente pensato ai
‘mondi alla rovescia’, a quei racconti nati dalla
fantasia popolare in cui gli animali prendono il
posto degli uomini e viceversa ( es. l’uccello che
spara al cacciatore o il maiale che scanna il
macellaio ): parodie o, se si vuole, caricature
zoologiche che rappresentano riti compensatori di
trasgressione e di rovesciamento delle regole in cui
l’impossibile si fa possibile.
Ebbene, è proprio quel che è avvenuto: il toro non
si è limitato a mettere in difficoltà il torero (
evento in qualche modo prevedibile e arginabile) ma
ha sovvertito il gioco stesso imponendo le sue
regole e diventando protagonista col mettere, per
così dire, alle corde l’intera platea degli
spettatori atterriti. Sarebbe interessante ascoltare
i commenti dei difensori della corrida, da Mario
Vargas Llosa a Franco Cardini, pronti ad estasiarsi
dinanzi all’esaltante spettacolo del
matador
che – emblema dell’intelligenza e della forza
dell’uomo – sconfigge la brutalità cieca incarnata
dal toro.
Il quale, a loro avviso, è assai soddisfatto della
parte che gli viene assegnata e del trattamento cui
è sottoposto, molto più nobile di quello riservato
ai suoi compagni plebei e sfortunati, destinati a
concludere in un oscuro mattatoio la loro esistenza
terrena.
Dinanzi a tali elucubrazioni ho sempre ritenuto
quanto meno azzardata la sicurezza con cui vengono
interpretati i sentimenti di un animale.
Un dubbio che dovrebbe cominciare a insinuarsi anche
nelle loro menti dinanzi alla ribellione del toro
che – come hanno mostrato le immagini – se ne è
infischiato della mirabile rappresentazione di cui
era coprotagonista, colla parte già assegnata di
vittima sacrificale, invadendo senza alcun
preavviso, con balzi di eccezionale destrezza, le
tribune.
L’”anti-corrida” è durata – pare - un quarto d’ora e
ha consentito al toro di difendere le sue ragioni e
le sue regole. Avrebbe senz’altro meritato la
vittoria ma – lo sappiamo – il toro non può mai
vincere: la sacra rappresentazione della superiore
dignità umana prevede il sacrificio, l’effusione del
sangue, lo strazio della vittima. Anche questa volta
il rito si è celebrato, anche se molto poco
gloriosamente: al giovane toro è stata infatti
negata la danza della
muleta,
il drappo con cui il torero sfianca l’animale già
sanguinante ed esausto, prima di spaccargli il cuore
con la spada che gli fa scivolare tra le scapole.
Al posto del torero e delle sue eleganti evoluzioni,
qualcuno tra il pubblico – il più coraggioso – gli
ha tirato la coda, facendolo così ruzzolare sulle
scalinate dove un manipolo di temerari è riuscito
con grandi sforzi a legarlo e infine ad abbatterlo a
colpi di carabina.
Una vera e propria esecuzione che riesce francamente
difficile definire “un rito in cui l’uomo si trova
di fronte a quello che rappresenta ,insieme, la
brutalità e la morte e riesce a sconfiggerle con il
coraggio, l’intelligenza, il dominio di sé”. Anche
il filosofo Savater celebra in
Tauroetica
tale sfida, sostenendo che “l’uomo conosce la morte,
l’animale no”.
Ancora una volta, quanta sicurezza! Vengono alla
mente le parole di Alain: “Non è permesso supporre
lo spirito nelle bestie. Ogni ordine sarebbe presto
minacciato se si lasciasse credere che il vitellino
ama sua madre o che teme la morte…”Altri filosofi
tuttavia, a differenza di Savater, pensano che gli
animali abbiano una ‘coscienza pratica’ della morte,
e cioè una percezione del finire della vita che è,
per così dire, iscritta nella loro stessa carne, pur
non possedendo, come l’uomo, una ‘comprensione
meditata’ della morte che è per noi, data la
consapevolezza della nostra condizione di ‘mortali’,
la questione decisiva con cui confrontarci.
Sennonchè tutto questo – si badi – non solo non
diminuisce, ma in qualche modo accresce il pathos
della loro condizione: è proprio il loro ‘non
sapere’ che consegna a noi la responsabilità del
loro morire.
Per questo il giovane toro che scompiglia
inconsapevolmente le regole, che invade lo spazio a
lui interdetto ci ricorda che la corrida rappresenta
un ‘momento della verità’, un’esperienza cruciale in
cui le frontiere convenzionali si cancellano e lo
sguardo dell’uomo incontra quello dell’animale che
resiste disperatamente alla morte che sta per
essergli inflitta.
Al di là degli orpelli retorici, dei rimandi
simbolici, dei giochi di rispecchiamento
l’”anti-corrida” ci rivela dunque, nel rovesciamento
tragicamente grottesco del rito, la verità nascosta
della tauromachia, la realtà del mattatoio.